LA DORATURA

 

L’oro è sempre stato simbolo di sfarzo e prestigio sociale e, per questo, anche nei periodi economicamente più disagiati, rimane presente per distinguere il potere e la ricchezza di pochi.

La consuetudine di dorare arredi e suppellettili vigeva fin dai tempi più remoti, nelle civiltà mediterranee ed in particolare in Egitto.

Ai tempi dell’antica Roma, documenti di Vitruvio e Plinio,riportano l’abitudine di ricoprire oggetti con lamine d’oro abbastanza spesse applicate mediante percussione. Anticamente, infatti, le foglie per la doratura erano ricavate da monete d’oro, fornite dal committente, battute dagli artigiani, detti ‘battilori’, i quali riuscivano ad ottenere circa sei metri quadri di superficie di foglia da ogni moneta.

Nel Medioevo, la produzione di oggetti dorati è solo appannaggio delle classi aristocratiche. Durante la ripresa economica e culturale del Rinascimento, anche la ricca borghesia può permettersi di commissionare oggetti dorati.

Si va così a costituire una classe di artigiani che si dedicano completamente all’arte della doratura.

La doratura consiste nell’applicazione di sottili lamine d’oro su di una superficie appositamente preparata. Le tecniche di base tradizionalmente usate sono: doratura ad acqua o a ‘guazzo’ e doratura a missione od a  olio.

Nel primo caso, la superficie in legno dell’oggetto, si prepara con l’applicazione (ammanitura) di un velo di colla animale (normalmente si utilizza una colla leggera come quella di coniglio) sulla quale vengono stesi un numero variabile di strati di carbonato o solfato di calcio, mescolati in un medium di colla animale ed acqua (apprettatura). Tra strato e strato, si leviga e si ripassa il gesso. Quest’operazione ha come fine quello di creare una superficie liscia e di evitare la perdita di volume nell’intaglio e nella modanatura. Su tale preparazione si applica un numero appropriato di strati di argilla, detta bolo, che serve a trattenere l’oro e rendere possibile la brunitura (lucidatura) della superficie dorata con la pietra d’agata. Una volta inumidito l’ultimo strato di bolo con colletta di pesce, si stende la lamina metallica.

La foglia d’oro consiste in una lamina molto sottile di oro con una lega minima di un altro metallo come argento, rame o zinco. Il motivo per cui la foglia d’oro si presenta sempre come lega è dovuto al fatto che gli altri metalli gli conferiscono la durezza necessaria.

La lamina può essere brunita al fine di far risaltare la brillantezza della stessa o rimanere priva di brunitura lasciandola quindi l’oro opaco: entrambe le tecniche possono essere compresenti nella stessa opera.

Per quanto riguarda la doratura ad olio o missione, la lamina metallica aderisce al supporto, che può essere privo di imprimitura, attraverso un mordente ad esso applicato. In questo caso la superficie dorata non può essere brunita.

L’argentatura prevede lo stesso meccanismo per produzione ed applicazione della foglia d’oro. La foglia d’argento viene sempre protetta (verniciata) per evitare la solfatazione (ioni d’argento mescolati con lo zolfo dell’atmosfera) che annerisce questo metallo. Talvolta veniva utilizzata una vernice giallastra, la ‘mecca’, per imitare il colore dell’oro. La mecca poteva avere diverse composizioni: olio di semi di lino, aloe, resina di pino, sandracca…  Il nome deriva da un sistema di doratura che utilizzava una resina gialla che sostituiva la costosa foglia d’oro, denominata  ‘mecca’ per la sua provenienza da questa da questa città dell’Arabia.

 


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